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Serbia chiama Europa

Gli studenti serbi stanno scrivendo un pezzo di storia europea, hanno preso per mano un paese per portarlo fuori dal pantano del passato, verso un futuro che pretendono migliore. Il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, seconda città del paese, ha provocato nel mese di novembre morti e feriti. Una tragedia che è diventata l’innesco per una serie di proteste di piazza, marce, fiaccolate e occupazioni che si sono allargate a macchia d’olio e si sono presto trasformate in un fenomeno di rilevanza internazionale. Il simbolo della protesta è una mano rossa, insanguinata, che sembra dire “stop, fermatevi”. Viene accusato di corruzione il governo nazionale e la classe politica tutta.

La pensilina crollata nella stazione di Novi Sad.

Quella pensilina era stata costruita da poco con una somma ingente, sproporzionata, senza alcuna trasparenza nei processi pubblici di assegnazione di appalti e lavori. Questa è la tesi dei manifestanti, che in breve tempo convince la stragrande maggioranza del paese in una spirale di indignazione; è la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Gli studenti hanno in pochi giorni occupato le principali università serbe con la pressocché totale partecipazione e collaborazione del corpo docenti e un imponente passaparola nei social network. Le marce e le fiaccolate di protesta hanno coinvolto in breve tempo tutte le città e i villaggi della Serbia, uscendo anche dai confini nazionali e incassando la solidarietà e l’appoggio degli universitari dei paesi vicini, quelli con i quali un tempo ci si sparava contro, nella polveriera sempre accesa dei Balcani.

Il sostegno all’occupazione studentesca permanente di strade, facoltà, piazze e luoghi di rilevanza pubblica è arrivato da pensionati, operai, categorie professionali, sindacati, ex veterani delle forze armate, sportivi famosi, curve intere di palazzetti e stadi, ed esponenti culturali di spicco della diaspora serba in Europa e nel mondo.

Le parole d’ordine sono diventate: “tutti in strada”, “blocco”, “le tue mani sono insanguinate”, “studenti in protesta”, scritte e pronunciate da centina di migliaia di cittadini che hanno iniziato a prendere parte attiva alla protesta quotidiana, costante e continua, da mesi a questa parte.

A gennaio e febbraio sono state occupate intere porzioni di autostrade con lunghissimi cortei da città a città, accompagnati da file interminabili di trattori, taxi e camion che hanno scelto di sostenere gli studenti. Una marea umana fotografata da molti droni, colorata da tantissime bandiere nazionali, accompagnata da musica, canti, balli popolari, concerti di trombe (in Serbia è strumento nazionale) e file infinite di tavoli imbanditi sui cigli delle strade; cibo di ogni tipo preparato spontaneamente dai residenti di ogni area coinvolta, perlopiù anziani, che non potendo prendere parte alle lunghe marce, hanno pensato di dare il contributo portando in strada qualcosa di cucinato che potesse dare forza e sollievo ai ragazzi che intraprendono lunghissime maratone tenendo in mano, e ben visibili, i loro libretti universitari e organizzando tra loro squadre di pulizia per tenere curato ogni spazio coinvolto dalla protesta, per lasciarlo più pulito di come l’hanno trovato.

La protesta dei lavoratori dello spettacolo davanti al Ministero dell’Istruzione di Belgrado.

Non ci sono bandiere né istanze di partito ma solo la forte e incessante richiesta di libertà, diritti, trasparenza e democrazia ed è la richiesta di un paese intero.  

Il governo nazionale ha minimizzato il fenomeno per settimane, ha promesso maggiore attenzione e ha indotto alle dimissioni il Primo ministro, figura che in Serbia conta come il due di coppe a briscola; discorsi vuoti e azioni considerate inconsistenti e di facciata.

Con il passare del tempo e l’acuirsi della protesta, il Presidente Vučić ha iniziato a mobilitare delle contromanifestazioni di supporto al governo, che hanno però palesato la “debolezza del potere al comando”, fino al recente e preoccupante utilizzo di mezzi illegali come il cannone sonoro per disperdere la folla di Belgrado.

Eh già, proprio la capitale Belgrado il 15 marzo è stata letteralmente invasa da quasi un milione di manifestanti partiti da ogni angolo del paese, anche a piedi, a motivo del fatto che molti dei trasporti pubblici sono stati volutamente interrotti. Quelle immagini hanno definitivamente sdoganato la causa a livello internazionale, su giornali e telegiornali europei, comprensibilmente concentrati sul teatro di guerra mediorientale e quello ucraino.

Il Presidente russo Putin ha preso posizione a favore del governo Vučić e contro le proteste, lasciando intendere che, a suo modo di vedere, la Serbia sarebbe oggetto di infiltrazioni straniere occidentali, volte a portare il paese in orbita europea. Non c’è oggi alcuna prova di questa tesi strampalata, piuttosto le prove portano a rilevare in modo preoccupante l’assenza dell’Europa.

A onore del vero in quelle maree umane, di bandiere europee ce ne sono ben poche; è ancora forte il risentimento nei confronti delle bombe lasciate cadere in Serbia dagli aerei Nato partiti dagli Stati membri UE, ed è fortissimo il legame culturale, religioso e politico (nel senso più alto del termine) con i “fratelli russi”. La questione del Kosovo è poi tutt’altro che risolta.

Una delle numerose immagini dei manifestanti.

Ma c’è un’altra verità di fondo, oggettiva e incontestabile, tutte le istanze avanzate dai serbi sono fondative dei trattati costitutivi europei; è la nostra lingua, sono le nostre battaglie, i nostri principi di pluralità, inclusione, laicità, trasparenza della pubblica amministrazione, democrazia, diritto e diritti. E sarebbe auspicabile che una delegazione di studenti partisse da Belgrado con destinazione Bruxelles, invitata a parlare dal pulpito più autorevole della nostra malconcia, fragile ma fiera Unione Europea, che ancora rappresenta un argine contro il dilagare delle nuove polarizzazioni estremiste, spesso illiberali, e un approdo per chi nel mondo vuole andare verso il futuro e non tornare al buio passato.

  • Laurea in Relazioni Internazionali alla facoltà di Scienze Politiche di Perugia, dove ho conseguito anche una laurea specialistica in Politica Estera e Sistema Internazionale.
    Lavoro nel management locale di una multinazionale e sono coordinatore regionale dell'agenzia umanitaria ADRA in Umbria.
    Sono stato cinque anni membro del Cda della Fondazione antiusura Adventum e cinque anni membro del comitato esecutivo dell'ente OSA 8×1000. Attualmente sono anche Consigliere comunale della città di Perugia.
    Ho collaborato con riviste e radio nella cura di rubriche e nel lavoro di redazione.

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