Realtà e percezione: la Guerra di Putin e la Guerra degli Ucraini
In ogni guerra della storia la propaganda è stata un elemento essenziale. L’esaltazione delle proprie gesta e delle proprie motivazioni, di pari passo con la denigrazione e/o negazione di quelle avversarie, è fondamentale per tenere alto il morale dei propri soldati e del proprio fronte interno, così come è un indispensabile corollario della battaglia diplomatica, volta quest’ultima alla ricerca di alleati o almeno di aiuti economico-militari, oltre che, ovviamente, all’impedimento che altri soggetti stranieri sostengano la parte avversa.
Dalla Guerra del Peloponneso all’esaltazione della “vendetta ellenica” di Alessandro Magno contro la Persia, dalla santità della causa che le lotte religiose automaticamente assumono fino ai devastanti scontri ideologici iniziati con la Rivoluzione Francese e giunti allo zenit dal 1917 al 1991: gli esempi di propaganda di guerra sono talmente tanti che elencarli sarebbe già scrivere un libro.
L’attuale invasione putiniana dell’Ucraina non fa eccezione. Anzi, in futuro si dirà che fece scuola. Già il fatto che il regime di Putin vieti espressamente di chiamare “guerra” una mattanza di tali dimensioni la dice lunga. L’ipocrita e un po’ ridicola definizione di “Operazione Militare Speciale” altro non è che un tentativo da parte del Cremlino di sminuire la violenza e la portata dell’invasione, al fine di tranquillizzare l’opinione pubblica estera ed interna. Il gioco avrebbe funzionato se i piani originali di Mosca avessero avuto successo e tutto si fosse risolto con una guerra lampo. Dopo tre anni di carneficina, invece, tale addolcimento linguistico è solo una barzelletta.

Ma la guerra in Ucraina ha un altro primato, che di fronte ala storia la renderà capofila nel suo genere: è il primo conflitto simmetrico nell’era di internet. Questo fa sì che la propaganda di guerra trovi il suo principale campo di battaglia in quell’universo talmente fasullo da risultare super reale che è il WEB.
Di più! L’invenzione dei social network ha globalizzato non solo la connessione, ma addirittura l’interazione interpersonale. Se la connessione del WEB era la scoperta delle armi da fuoco, l’interazione di massa data dai social è la bomba all’idrogeno, con i direttori della Centrale di Chernobyl’ quali addetti alla sicurezza. A questo aggiungiamo l’italico adagio (ma valido per tutto il mondo) “siamo un popolo di 60 milioni di commissari tecnici della nazionale” ed ecco che il cocktail è servito: immaginate un milione di elettori di Beppe che dopo un comizio ambientalista sulle scie chimiche, ovviamente fatto con un megafono fabbricato in Cina con operai schiavi e materie prime derivate da una devastazione ecologica in Africa, ricevono notizie confuse, parziali e demagogiche sulla politica estera. Ecco, con bomba all’idrogeno intendevo quello…
Fatte queste necessarie premesse di carattere tecnico passiamo ad uno dei colpi meglio riusciti della propaganda putiniana (70 anni di arte menzognera sovietica non sono passati invano). Ci riferiamo alla denigrazione personale che il Presidente ucraino Zelensk’yj sta subendo da circa tre anni. Partiamo subito dicendo chi è Zelensk’yj: un politico dilettante che viene dal mondo dello spettacolo, un ebreo russofono che ha vinto regolarmente le elezioni presidenziali del 2019 presentandosi come ucraino di scuola occidentalista con un programma economico-sociale di tipo grillino, un Presidente che subito prima dell’invasione putiniana aveva un indice di gradimento infimo e che era destinato ad un olocausto elettorale e all’enorme discarica delle speranze deluse. Poi… il miracolo. Con l’invasione putiniana del 2022 il Presidente bluff si è trasformato in un autentico cheff de guerre, un leader ispiratore intorno al quale si è compattato il popolo ucraino (partito russofono compreso) in nome dell’indipendenza nazionale e nell’immagine internazionale della sua Patria. Una tale metamorfosi (magnificamente gestita dallo stesso Zelensk’yj, non a caso un uomo di spettacolo) ha generato i più disparati paragoni storici: dalla resistenza stoica di Churchill di fronte alla barbarie nazista al genio comunicativo di Reagan (un altro attore…) di fronte alla malvagità comunista.

Paragoni forse un po’ lirici, ma che hanno un fondo di verità.
L’inaspettata resistenza militare ucraina, che da tre anni costringe il gigante russo ad una logorante guerra di posizione sotto l’immagine del nuovo condottiero di un’imperfetta democrazia che sfida il bullismo di una perfetta dittatura (talmente perfetta che molti occidentali ignoranti la credono una democrazia) ha fatto partire l’embolo alla pazienza russa. Da qui è partita un’operazione denigratoria nei confronti di Zelensk’yj che, paradossalmente, lo ha reso più importante di quanto non fosse in principio. Secondo la retorica putiniana, infatti, la guerra è sostanzialmente causata dal Presidente ucraino che non accetta di arrendersi. Che poi l’invasione sia stata fatta da Putin e che l’occupazione di Crimea e Donbass risalga al 2014, ovvero prima che Zelensk’yj si buttasse in politica, ai demagoghi del Cremlino non importa.
Un tale accanimento contro la Nemesi di Putin, condito delle peggiori calunnie immaginabili in perfetto stile KGB, ha prodotto due risultati: da un lato di fronte al mondo libero ha trasformato il leader ucraino in un novello Churchill, che inferiore per uomini e per mezzi tiene testa al tiranno fascista di turno; dall’altro la propaganda post KGB ha avuto l’indubbio successo di personalizzare una contesa nazionale.
Risultato? L’occidentale medio, che ha il diritto non interessarsi troppo dei massimi sistemi ed il dovere di arrabbiarsi se il costo del riscaldamento sale, ha ormai assimilato la nozione che se Zelensk’yj fosse tolto di torno la pace tornerebbe come per magia, mentre Putin, senza il suo alter ego, si trasformerebbe un angioletto da “libro cuore”. Ulteriore successo putiniano è la diffusione dell’idea che Zelensk’yj attualmente sia un Presidente illegittimo, poiché il suo mandato iniziato nel 2019 è scaduto nel 2024 e perché le elezioni sono state rimandate a dopo la fine del conflitto. A parte la barzelletta della democraticità delle elezioni putiniane urgono un paio di considerazioni. Qualcuno pensa che sia possibile organizzare una campagna elettorale con il 20% del territorio nazionale occupato da una potenza straniera? Qualcuno ritiene possibile mettersi in fila ai seggi elettorali mentre piovono missili ipersonici russi sui quartieri residenziali? Qualcuno ha aperto un libro di storia e letto che in Gran Bretagna le elezioni previste nel 1940 non vennero effettuate e che, pertanto, il Parlamento eletto nel 1935 governò fino al 1945, ovvero dopo la distruzione del nazismo? Nessun normodotato mentalmente libero dalla paccottiglia ideologica novecentesca ha il coraggio di definire il Governo Churchill 1940-1945 una dittatura, pertanto lo stesso vale per la Presidenza Zelensk’yj.
Ben diversa è la situazione a Mosca. Semplificando al cubo possiamo dire che l’occupazione del Donbass e della Crimea nel 2014 e l’invasione su larga scala del 2022 siano state effettuate da Putin per il più semplice degli istinti: la paura. Paura di cosa? Semplicemente dell’occidentalizzazione dell’Ucraina. Erede illegittimo dell’Unione Sovietica (tutti sanno del suo passato nel KGB) Putin, nel suo lungo domino della Russia (prima democratico, poi progressivamente divenuto dittatura) ha creato un regime che da un lato cerca di riesumare i valori zaristi, dall’altro vede ancora la Civiltà Occidentale come colei che ha distrutto l’impero sovietico. Pertanto, la caduta dell’URSS è stata, per bocca dello stesso Putin, una tragedia. Da qui il desiderio di ricreare uno spazio imperiale russo, che al contempo restauri le glorie degli Zar e rivaluti la figura storica di Stalin. Peccato che, con la notevole eccezione della Bielorussia, tutti gli Stati ex sovietici europei non desiderano altro che diventare occidentali, possibilmente con adesione a NATO ed Unione Europea.

Ed è qui che sorge il dramma putiniano o, se vogliamo spersonalizzare le colpe, il dramma post-sovietico: l’occidentalizzazione dei Paesi Baltici o della Moldavia è una cosa, quella dell’Ucraina o della Bielorussia un’altra. I primi, piccoli e non slavi, sono stati una perdita dolorosa per l’imperialismo moscovita, ma tutto sommato accettabile. La Bielorussia, in modo un po’ imperfetto, è stata rivassallizzata da Putin. Gli ucraini, invece, prima dell’invasione parziale del 2014 ed in seguito ancora di più, hanno sterzato con decisione ad Ovest. Gli ucraini… il secondo popolo slavo orientale per abitanti e diffusione territoriale. La seconda etnia più simile ai russi dopo i bielorussi. Un popolo numeroso e sotto vari aspetti compatibile con i russi stessi. Il successo della sua occidentalizzazione avrebbe significato, né più né meno, che persino la Russia, a XXI secolo inoltrato, avrebbe avuto le carte in regola per riprendere il percorso occidentalizzante iniziato (un po’ brutalmente) da Pietro il Grande e riabbozzato da Eltsin. Ma questo, inevitabilmente, avrebbe significato la fine del regime oligarchico, cleptocratico e parzialmente neo-sovietico di Putin. Per questa ragione il novello ed attempato Zar ha scommesso tutto con l’invasione su vasta scala del 2022: la storia stava voltando contro di lui.
Da quanto analizzato finora risulta evidente che la propaganda putiniana contro il Presidente ucraino non sia altro che un “sovietissimo” e disperato tentativo (parzialmente riuscito) di confondere le acque. Ma la realtà invece è più semplice: se domani Zelensk’yj fosse deposto o assassinato la resistenza ucraina continuerebbe, poiché tale resistenza è figlia di un’identità nazionale; se invece domani Putin fosse assassinato o deposto la guerra finirebbe in breve tempo, poiché l’invasione russa dell’Ucraina non risponde ad un vero interesse nazionale russo, ma alla necessità di far sopravvivere una dittatura personalizzata nella figura di Vladimir Putin.