L’importanza dello urban warfare nei conflitti odierni e futuri
L’esercito italiano impiega annualmente una quantità considerevole di risorse per cercare di essere pronto alla guerra. Risorse finanziare, opportunità addestrative e sforzi organizzativi giganteschi esclusivamente orientati a fare in modo che gli operativi siano messi nelle migliori condizioni per affrontare gli scenari di probabile impiego che vengono studiati.
A rendere difficile questo compito, periodicamente, da qualche parte nel mondo si intromettono i conflitti veri e propri che, nella quasi totalità dei casi, sono in grado di mettere in discussione le dottrine, le tecnologie e le procedure che fino a quel momento la Forza Armata ha concepito per le sue unità.

Ciò che è successo e sta succedendo oggi in Ucraina e nella striscia di Gaza ne sono un chiaro ed inevitabile esempio.
Questi due conflitti rappresentano due tipi di guerre moderne molto diverse: una è una battaglia di tipo simmetrico convenzionale tra stati all’interno di un territorio vasto migliaia di chilometri quadrati, mentre l’altra è una guerra asimmetrica tra uno Stato e un gruppo terroristico che infuria in un’area urbana geograficamente molto limitata e densamente popolata. Nonostante questa dicotomia entrambi i conflitti stanno fornendo e forniranno in futuro lezioni apprese fondamentali per lo sviluppo di nuovi approcci al combattimento nei centri abitati (c.d. urban warfare)[1].
Innanzitutto, è utile comprendere il perché della centralità dei combattimenti nei centri abitati.
Negli ultimi decenni il numero di persone che vivono nelle città è aumentato in numero esponenziale, segnando un vero e proprio boom demografico urbano. Basti pensare che negli anni ’60 nelle città vivevano poco più di 500 milioni di persone mentre oggi, su una popolazione di 8 miliardi di abitanti, più della metà vive in un contesto urbano[2]. Pertanto, anche solo per un mero calcolo statistico, è inevitabile che moltissimi dei conflitti futuri saranno combattuti all’interno di contesti urbani più o meno vasti. A questa considerazione sono strettamente connessi altri due fattori rilevanti.
Il primo fattore è legato alla concentrazione nei centri urbani delle infrastrutture diventate critiche per l’acquisizione di vantaggi o superiorità nell’ambito di un conflitto. Obiettivi militari rilevanti come stazioni ferroviarie, infrastrutture energetiche, snodi stradali, porti e aeroporti (solo per citarne alcuni) convergono infatti nelle città.
Il secondo fattore è relazionato con la dimensione delle forze. Le forze militari moderne sono considerevolmente più piccole rispetto a quelle impiegate nelle battaglie della Seconda Guerra Mondiale o anche ai numeri degli eserciti del periodo della Guerra Fredda. Proprio a causa dell’attuale numero limitato di truppe, gli eserciti di oggi non sono in grado di mantenere un fronte come quello che, per esempio, doveva mantenere l’esercito tedesco durante l’Operazione Barbarossa. Per questo motivo le forze tenderanno a concentrarsi su posizioni decisive che, come precedentemente detto, saranno quasi tutte concentrate in contesti urbani.
Manovra urbana
Come dimostrato dalle esperienze americane a Mogadiscio, Mosul e Falluja, anche Gaza, Kiev, Mariupol e Bakmhut sembrano insegnare che la guerra di manovra è una soluzione inappropriata per i conflitti urbani. Le strade strette, la densità di costruzione, le popolazioni numerose e la compartimentazione serrata degli ambienti tendono a complicare la mobilità tattica, togliendo alle forze militari le capacità di muoversi agilmente[3]. Oltretutto la guerra di manovra è caratterizzata da processi decisionali che devono essere rapidi, ma in un ambiente urbano che presenta un numero elevatissimo di variabili (a differenza di un terreno vasto e “semplice” come una pianura) la rapidità decisionale è fortemente limitata.

Refrattarie alla manovra, le città interessate dai conflitti moderni sembrano invitare piuttosto alla guerra di posizione e, in alcuni casi specifici, al vero e proprio assedio in stile medievale[4].
Nel caso del conflitto in Ucraina, sebbene nelle battaglie per la riconquista di Kharkiv e di Kherson la manovra abbia giocato ancora un ruolo rilevante, sono state le battaglie posizionali incentrate alla difesa ad avere la precedenza. Combattendo da posizioni fortificate, le forze ucraine sono riuscite a logorare le forze russe impegnandole in battaglie ravvicinate. Già dai primi giorni del conflitto, nelle periferie attorno a Kiev, hanno convogliato i mezzi russi nelle “kill box”[5] all’interno delle quali sono state ingaggiate e distrutte. Nelle aree urbane le forze per operazioni speciali, equipaggiate con armi contro carro leggere e moderne (fornite dal supporto degli eserciti della NATO) hanno decimato le unità russe, rallentate nei movimenti urbani da una serie di fattori che li ha condannati alla staticità tattica. Le unità dotate di sistemi contro carro, soprattutto quando di dimensioni limitate (livello squadra per intenderci), si sono dimostrate estremamente efficaci. La loro flessibilità e mobilità li hanno resi un serio problema per le unità corazzate russe, imitando di fatto le tattiche utilizzate negli anni ’90 dai ceceni durante le battaglie dentro Grozny.
Potendo sfruttare la copertura e l’occultamento offerti da un contesto urbano, compresi gli edifici in rovina utilizzati per mascherare la loro posizione, le squadre contro carro hanno manovrato quel poco che è servito per massimizzare l’efficacia delle loro armi, e questo è stato possibile per via dell’errore commesso dalle forze russe che ci porta al successivo punto.
Il vantaggio del Combined Arms
Se prendiamo il Manuale ADRP 3-0 Unified Land Operations pubblicato nel maggio del 2012 dal Dipartimento dell’Esercito degli Stati Uniti, alla voce Combined Arms, possiamo leggere: “il combined arms è un approccio alla guerra che cerca di integrare diverse specialità da combattimento di un esercito per ottenere effetti reciprocamente complementari, ad esempio utilizzando fanteria e mezzi corazzati in un ambiente urbano in cui ciascuna supporta l’altra”.
Se osserviamo quanto messo in atto dall’IDF (Israeli Defence Forces) con l’operazione “Spade di Ferro” il 27 ottobre 2023 all’interno della Striscia di Gaza, risulta evidente che nei combattimenti urbani i carri armati hanno bisogno di fanteria e di unità del genio e la fanteria e i genieri hanno bisogno dei carri armati. Il modo di operare delle IDF ha offerto un vantaggio enorme sul campo e ha minimizzato il numero di perdite subite[6].

L’errore che invece è stato commesso dall’esercito russo in tutte le battaglie urbane combattute in Ucraina è stato proprio quello di far avanzare le forze corazzate senza il supporto di fanteria appiedata che fornisse sicurezza e protezione. Questa mancanza di presenza di fanteria ha consentito alle forze ucraine di avvicinarsi ai mezzi corazzati, che hanno una limitazione del campo visivo dovuta alla struttura del veicolo, e di affrontarli direttamente con armi contro carro, facendo di fatto cadere le unità corazzate russe nelle stesse imboscate subite in Cecenia e in Afghanistan dall’esercito sovietico. Anche durante il fallimento dell’operazione per la presa dell’aeroporto di Hostomel, all’inizio del conflitto, molti dei paracadutisti russi sono stati uccisi mentre erano ancora all’interno dei loro veicoli, invece di velocizzare la fase di appiedamento per fornire la sicurezza che avrebbe potuto cambiare l’esito del raid.
Durante la seconda battaglia di Fallujah[7], i carri armati americani e i veicoli da combattimento IFV (Infantry Fighting Vehicle) Bradley sono stati utilizzati con un vantaggio tattico dominante come supporto di fuoco e sfondamento per la fanteria appiedata, mentre la fanteria si spingeva davanti ai veicoli e contestualmente li proteggeva dalla minaccia anticarro (RPG[8]).
Nelle città ucraine, il metodo russo di inviare carri armati isolati su strade strette senza alcun supporto di fanteria si è dimostrato ancora una volta fallimentare.
La mancanza di capacità dell’esercito russo di applicare il concetto del Combined Arms ha fatto in modo che il metodo principale dell’esercito russo per attaccare le città sia stato quello di sfruttare il loro unico vantaggio: la massa.
Durante le battaglie di Mariupol, Severodonetsk, Bakhmut (per citarne solo alcune) l’approccio delle forze russe ha seguito sempre uno schema che si è ripetuto: massiccio impiego di fuoco di artiglieria e di FAB[9] (munizionamento a caduta con kit planante sganciato da vettori aerei) sulle città e ondate di fanteria inviate a migliaia per occuparle.
Insomma, dalla battaglia per Stalingrado poco sembrerebbe essere cambiato nella dottrina russa.
La dimensione sotterranea
Dal conflitto in corso in Ucraina, così come dalle recenti esperienze delle IDF all’interno della Striscia di Gaza, sempre più numerosi sono stati gli episodi che hanno visto coinvolte unità militari muovere o combattere in ambienti sotterranei.

L’assedio russo di Mariupol, uno dei momenti più sanguinosi e cruenti del conflitto russo-ucraino, ha visto i difensori ucraini aggrapparsi alla famosa acciaieria Azovstal per quasi tre mesi, utilizzando la sua rete sotterranea composta da diversi livelli per negare l’efficacia dell’artiglieria e dei mezzi corazzati russi. Quando i russi nell’aprile hanno dichiarato la vittoria a Mariupol, all’interno dei tunnel dell’acciaieria erano presenti ancora centinaia di soldati ucraini perché il presidente Putin aveva ordinato l’interruzione delle operazioni sotterranee poiché le forze russe non avevano le capacità per impegnarsi in operazioni nel sottosuolo. Questa incapacità russa di affrontare battaglie per il controllo dei livelli sotterranei ha consentito alle forze ucraine di impegnare le forze nemiche in scontri in alcune zone di una città che i russi avevano prematuramente dichiarato bonificate. Come risultato 3.000 soldati ucraini sono riusciti a resistere per più di 80 giorni contro 12.000 truppe russe sfruttando anche questo vantaggio[10]. La battaglia di Mariupol è un caso altamente esemplificativo di come il terreno urbano, specialmente quando c’è un sottosuolo, possa consentire al difensore di resistere contro un attaccante di gran lunga superiore.
Le IDF israeliane, al momento dell’inizio dell’Operazione “Spade di Ferro” a fine ottobre 2023, sapevamo già che avrebbero dovuto affrontare la dimensione sotterranea del campo di battaglia.
Formati dalle esperienze dell’Operazione “Protective Edge” del 2014 (sempre a Gaza), dall’esperienza del conflitto del 2006 con Hezbollah e dalla scoperta, nel 2018, di un tunnel sottomarino (blu tunnel) al largo della Striscia di Gaza, le IDF negli anni successivi hanno formato uomini, risorse e tattiche di contrasto alla minaccia generata dalla dimensione sotterranea.
Queste esperienze hanno portato le IDF a creare un’unità specifica, conosciuta con il nome di “Sayeret Yahalom”[11], composta da forze speciali del genio che hanno lo specifico compito di occuparsi della dimensione sotterranea del campo di battaglia.
Poter contare su unità di questo tipo ha consentito alle IDF di muoversi all’interno della Striscia con alcuni vantaggi che hanno fatto la differenza. Il più importante di questi è stato offerto dal fatto che la manovra delle forze che si muovevano sul terreno è stata coordinata ed effettuata contemporaneamente alla manovra sotterranea e contemporaneamente nello stesso settore. Questo ha consentito alle forze israeliane di muoversi mitigando enormemente il rischio che, da qualche tunnel presente in un’area bonificata dalle forze di terra, uscissero unità di Hamas equipaggiate con RPG pronte ad ingaggiare i Merkava delle IDF alle loro spalle.
Inoltre, al fine di migliorare il coordinamento e la funzione di comando e controllo, durante queste avanzate, i settori di plotone e di compagnia sono stati modificati in modo da non essere più contermini. Questa decisione, presa sulla base delle precedenti esperienze a Gaza e nel sud Libano, è avvenuta per mitigare il rischio di fuoco fratricida (c.d. blue on blue), poiché in precedenti esperienze di combattimento erano avvenuti episodi di forze amiche in uscita da tunnel bonificati ingaggiati dai loro commilitoni presenti nei settori immediatamente contermini. Sulla base di questi due accorgimenti l’Esercito Israeliano è riuscito a ridurre drasticamente gli episodi di fuoco fratricida, che nel contesto urbano rimangono una delle criticità più grandi.
Se ci fermiamo a riflettere sulla struttura delle nostre città, sempre più numerosi sono gli ambienti sotterranei costruiti per i più diversi scopi. Metropolitane, fognature, parcheggi, porzioni di centri commerciali e di edifici pubblici, solo per citarne alcune, sono diventate la norma nella stragrande maggioranza dei centri abitati moderni e proprio per questo motivo appare importante che gli eserciti sviluppino, in maniera urgente e ragionata, una componente specificatamente addestrata ed equipaggiata per questo tipo di ambiente operativo.
La gestione della terza dimensione nel contesto urbano
In aggiunta alle sfide che devono affrontare le forze di terra nell’ingresso in un contesto urbano, questo campo di battaglia specifico riduce i classici vantaggi del supporto proveniente dalla terza dimensione. Il coordinamento di aerei da attacco al suolo, sensori, droni da ricognizione e velivoli di sorveglianza e supporto intelligence diventa una sfida notevolmente impegnativa nelle aree urbane. Questo perché il tipo di terreno fisico complica enormemente la sorveglianza, il targeting[12] e l’efficacia degli attacchi aerei e terrestri.

Anche per questa componente del combattimento urbano, le esperienze delle IDF nella Striscia di Gaza e nel sud Libano contro Hezbollah, tanto quanto le esperienze della guerra russo-ucraina, hanno aperto gli occhi su alcune rilevanti lezioni apprese emerse dai diversi conflitti.
Senza ombra di dubbio ciò che emerge prepotentemente da questi campi di battaglia è la rivoluzione portata dall’impiego massiccio di droni commerciali e a basso costo. L’enorme presenza di queste tecnologie relativamente nuove ha cambiato anche il concetto di superiorità aerea, trasformandolo in quello che l’aereonautico militare statunitense chiama superiorità aerea localizzata, cioè una superiorità riferita solo a porzioni dello spazio di battaglia e durante specifiche finestre di opportunità.
Le forze aeree tradizionali in Ucraina svolgono un ruolo limitato sia per l’efficacia delle difese aeree diventate più efficaci e sia perché molte delle loro funzioni sono state assegnate ai droni commerciali. È sufficiente visionare le migliaia di video proveniente dal fronte per vedere che questi UAV sono diventati indispensabili ed onnipresenti sul campo di battaglia: forniscono informazioni, identificano obbiettivi, distruggono veicoli, inseguono la fanteria nascosta negli edifici entrando da porte e finestre.
La forza aerea israeliana è probabilmente la migliore al mondo e possiede i più avanzati aerei e UAV disponibili. Nonostante il suo indiscusso dominio convenzionale sull’aria, il 7 ottobre 2023 Hamas è stata comunque in grado di ottenere quella finestra di opportunità che ha consentito di utilizzare la terza dimensione a favore dei loro deltaplani e dei loro droni commerciali, portando sul territorio israeliano un attacco senza precedenti.
Entrambi i conflitti ci indicano che la superiorità aerea non può essere raggiunta solo costruendo un’aereonautica militare multimiliardaria e ad altissima tecnologia. Nel futuro ci saranno ancora più droni che voleranno sui campi di battaglia e che satureranno quello che oggi viene definito “litorale aereo”[13], cioè lo spazio tra il suolo e le altitudini più elevate delle operazioni aeree con equipaggio.
Per le unità impegnate in un contesto urbano, gli attacchi di massa di droni economici sono mortali tanto quanto le bombe da decine di migliaia di dollari sganciate da caccia nemici multimilionari.
Capire come ottenere la superiorità aerea in uno spazio conteso da sciami di droni è la prossima sfida delle forze aeree militari di tutto il mondo.
Conclusione
Quando si osservano le immagini che provengono dalle città ucraine del Donbass o dalla Striscia di Gaza o da alcuni paesi del sud del Libano, la prima cosa di cui ci accorgiamo è il livello di distruzione che questi diversi conflitti hanno creato. Nonostante l’ampio uso di armi di precisione, sistemi di puntamento digitali, UAV, guerra informatica ed elettronica, misure di mitigamento dei danni collaterali (nel solo caso della Striscia di Gaza), i contesti urbani sono stati in quasi ogni singolo caso completamenti rasi al suolo. Alcuni analisti militari definiscono queste situazioni come il “paradosso della precisione” (più bombardi una città e più è difficile conquistarla). Se si prendono le foto aeree di Gaza e di Mariupol, il paesaggio desolante è praticamente lo stesso. Mariupol è stata fatta oggetto di fuoco d’artiglieria e di attacchi aerei indiscriminati per settimane, senza che le forze russe si preoccupassero dei danni collaterali nei confronti dei civili (basti ricordare l’episodio del bombardamento del teatro di Mariupol adibito ad ospedale). Mentre su Gaza numerose sono state le misure di mitigazione dei danni collaterali adottate dalle IDF: telefonate e messaggi agli abitanti di Gaza prima degli attacchi, volantinaggio e droni con megafoni che avvisavano la popolazione degli imminenti strike[14].
Eppure, il livello di distruzione delle due città è praticamente identico.
I conflitti in corso ci stanno fornendo molti spunti di riflessione e lezioni apprese sulla capacità della guerra stessa di essere mutevole, frustrando i risultati di wargaming[15] e di addestramenti che conduciamo in tempo di pace. L’unica soluzione che può consentire alle nostre forze armate di rimanere al passo è quella di essere preparati ai conflitti urbani su larga scala, comprendere le nuove concezioni di superiorità aerea e tenere stretti e proficui collegamenti col mondo dell’industria in modo da sviluppare le tecnologie più idonee e più all’avanguardia.
Teniamo bene a mente che gli spunti di riflessione e le lezioni apprese su cui oggi possiamo confrontarci sono state pagate con il sangue di altri soldati perché, quando toccherà a noi scendere in campo, non potremo permetterci il lusso di averle ignorate.
Note e consigli di lettura:
[1] A tale proposito, consiglio vivamente: “Understanding Urban Warfare”, Liam Collins & John Spencer, Howgate Publishing, 2022.
[2] https://awn.it/news/notizie/6786-ambiente-nel-2030-il-70-della-popolazione-mondiale-vivra-nelle-citta
[3] https://mwi.westpoint.edu/the-eight-rules-of-urban-warfare-and-why-we-must-work-to-change-them/
[4] https://mwi.westpoint.edu/square-peg-round-hole-maneuver-warfare-and-the-urban-battlefield/
[5] una kill box è un’area bersaglio tridimensionale definita per facilitare l’integrazione del fuoco coordinato di armi congiunte (Joint Pub 3-09, Joint Fire Support, 30 June 2010 Pag. 69-70).
[6] https://static.rusi.org/tactical-lessons-from-idf-gaza-2023.pdf (pg. 13 Mounted and Dismounted close combat).
[7] https://mwi.westpoint.edu/urban-warfare-case-study-7-second-battle-of-fallujah/
[8] Rocket Propelled Grenade
[9] https://www.washingtonpost.com/world/2024/03/11/russia-glide-bombs-air-force-avdiivka/
[10] https://mwi.westpoint.edu/inside-the-fight-for-mariupol/
[11] https://www.idf.il/en/mini-sites/our-corps-units-brigades/yahalom-unit/yahalom-unit/
[12] Il targeting è il processo di selezione e definizione delle priorità degli obiettivi e di abbinamento della risposta appropriata tenendo conto degli obiettivi del comando, dei requisiti operativi e delle capacità. (Air Force Doctrine Publication 3-60, U.S. Air Force, 2021).
[13] https://warontherocks.com/2024/03/drones-the-air-littoral-and-the-looming-irrelevance-of-the-u-s-air-force/
[14] https://www.newsweek.com/israel-has-created-new-standard-urban-warfare-why-will-no-one-admit-it-opinion-1883286
[15] https://www.act.nato.int/our-work/wargaming-the-future-at-the-cde-conference/
Aspetto con piacere gli articoli di questo autore: è capace di spiegare argomenti complessi in maniera fruibile.
In passato non ho seguito spesso gli argomenti “militari”, ma la qualità è così alta da aver suscitato in me nuovi interessi